EDITORIALI

Bullismo e pedagogia: alcune riflessioni

Un termine adusato, l’imprescindibilità del rigore
Il termine «bullismo» viene impiegato con parecchi significati diversi, anche presso gli esperti e gli operatori del settore maggiormente interessati come quelli scolastici, pedagogici, giuridici, sanitari, di servizio sociale. Penso che ciascuno di questi operatori faticherebbe alquanto a svolgere le sue importanti mansioni se altri termini tecnici della loro propria cultura, e di uso così comune, soffrissero di una così accentuata plurivocità, tanta da sfociare nel generico.
Il termine si impiega come una disinvoltura decisamente eccessiva: per esempio, ad indicare varie forme di molestie, verbali, fisiche, psichiche e perfino sessuali, sia omo che etero; oppure ad indicare la formazione di bande che confliggono consapevolmente e fondamentalmente con le norme dell’ambiente nel quale sono sorte ed operano, e il caso della scuola è assolutamente particolare a questo riguardo; od ancora ad indicare eccessi personali in ambienti sociali per mancanza di autocontrollo e, a monte, dell’educazione necessaria, i quali possono sfociare in atti materiali di violenza più o meno simbolica e più o meno consumata; fino ad annoverare tanti altri fenomeni ulteriori che l’esperienza di chi frequenta questi siti saprà certamente portare, premessa una doverosa riserva circa l’operare impiegando quel sano discernimento che per chiunque si occupi di educazione, professionalmente e non, costituisce una norma comunque inderogabile.
La stessa origine del termine, la quale pure è molto chiara od almeno tale dovrebbe risultare, finisce per essere vaga e scarsamente fruibile a causa della proiezione di problematiche attuali sul percorso etimologico il cui tracciato è chiaro. Il termine ha origine inglese-americana, e ci rimanda al participio presente del verbo to bull, il quale a sua volta è la verbalizzazione del toro. Questo animale domestico viene evocato anche a proposito dell'operare in borsa, ma questo versante di accezioni qui non ci interessa. A prescindere da esso, il discorso risulterebbe chiarissimo nel merito e sarebbe anche fondamentalmente univoco: il toro in quanto tale è animale domestico, non è animale da branco, e certamente è animale non addestrabile né impiegabile per qualunque lavoro in sostituzione della fatica umana; è animale che va controllato anche con strumenti coercitivi pesanti, e comunque con la massima attenzione, ma che d’altra parte si distingue dagli altri componenti della stessa comunità bovina per aver conservato, unico fra tutti quelli che originariamente erano maschi la propria mascolinità in tutti i sensi, con una evidente contrapposizione rispetto a quegli esempi forti di disciplina, pazienza, applicazione, addestramento, capacità di lavoro in sostituzione della fatica umana, e anche di sopportazione e tolleranza che sono i buoi, in origine vitelli maschi come i tori, ma che vengono castrati prima della pubertà, e che in questo senso vengono spesso presi anche come una metafora a spettro comprensibilmente molo ampio.
Il termine «bullo» c’entra poco o nulla, anche se molte accezioni di bullismo rimandano ad esso, forse anche con una buona dose di malinteso. Basterebbe aver guardato qualche film, o letto da giovani qualche rotocalco per quella fascia d’età, per ricordare, almeno a quanti abbiano già i capelli grigi, di quando il termine «bullo» apparve in Italia nel secondo dopoguerra, con un americanismo grottesco che ci volle un autore e un attore del genio di Alberto Sordi per mettere nel giusto ridicolo, ma nel quale alle Dolls o bambole o pupe corrispondevano quelli che noi chiamavamo bulli, ma che i cineasti e i canzonettisti americani chiamavano Guys.
Chi operi in campo educativo con adeguato retroterra pedagogico e culturale sa bene che l’impiego dei termini tecnici deve essere operato con rigore e coerenza esattamente come avviene per i termini tecnici di qualunque altro sapere o professione. L'equivoco terminologico ingarbuglia i problemi, e spesso viene impiegato proprio per non darsi la pena di tentare di risolverli realmente, nella scuola come in qualunque altra sede sociale che, per un verso o per l’altro presenti nelle ricadute educative. In questo caso, la confusione rende assai arduo proprio il cercare delle possibili soluzioni al problema, potremmo anche parlare rigorosamente di problema non posto, a fronte di una o più casistiche di situazioni problematiche gravi e che urgono una posizione secondo le regole della metodologia pedagogica. Solo per portare un ordine di esempi, un conto è che si abbia a che fare problematicamente con un fenomeno riguardante una persona singola la quale manifesti comportamenti asociali, incivili ed anche violenti in contrapposizione a tutti gli altri, dimostrandosi «toro» e considerando tutti gli altri e forse anche etichettandoli come «buoi»; notiamo che questo sarebbe coerente con l’etimo autentico del termine; tutto un altro discorso va fatto circa i fenomeni di branco, o di banda se si preferisce impiegare un termine sociologico, nei quali in genere si individua un capobranco, ma tutti i componenti si identificano in un comportamento standardizzato analogamente antisociale, incivile ed anche violento che però trova senso solo nel contesto del branco stesso e nell’appartenenza al branco, e non avrebbe senso alcuno a livello individuale. Si tratta di due ordini di esempi tra gli innumerevoli: certamente con questi siamo molto lontani dall’aver esaurito i modi possibili di porre il problema del bullismo con riferimento alla scuola e alla società attuale; sarà quindi il caso, quando parleremo di bullismo, di non tenerci sul generico, assolutamente inadatto a consentirci qualunque riflessione efficace e qualunque intervento risolutivo, ma che dichiariamo preventivamente di quale ordine di fenomeni stiamo parlando.

Un recente caso da problematizzarsi e studiarsi
Tutto ciò premesso, e rimandando ad altra sede il prosieguo della discussione terminologica in merito a quanto ciò di cui parleremo possa a rigore chiamarsi «bullismo» come da etimologia del termine, vorremmo prendere come problema e come occasione per delle riflessioni circa i fenomeni che rimandano a questo termine un episodio avvenuto recentemente a Padova, per la precisione all’Istituto Professionale «Leonardo da Vinci», e che è stato ampiamente riportato anche dalla stampa di interesse nazionale. Alla data di sabato 7 marzo scorso appariva, ad esempio, su «La Repubblica», anno 34 numero 56, a pagina 17 con titolo a piena pagina e in testa nella cronaca così formulato: «Pestato dai compagni di scuola: “Sei una spia” - Padova, in ospedale dopo le botte. Aveva rivelato alla prof chi aveva fatto sparire i registri».
Un caso limite? Può anche darsi, certo non sono molte le vittime di fenomeni di violenza nella scuola che finiscono in ospedale, per fortuna, e non si vorrebbe che solo una tale eventualità valesse a scuotere le coscienze assonnate. Ad ogni modo, non è l’entità della violenza o delle sue conseguenze a suscitare il nostro interesse e a rimandare al concetto generale e non generico di «bullismo», quanto la qualità dell’evento che, se è grave per il soggetto vittima della violenza, è ancora più grave per tutti noi dal punto di vista sociale, perfino se ci confrontiamo con la doverosa solidarietà per un ragazzo che soffre ingiustamente a caysa della violenza dei suoi coetanei, e non stiamo cercando un futile paradosso.
In una classe erano spariti i registri, e a quanto pare tutti sapevano chi ne fosse responsabile, ma nessuno denunciava un fatto così grave, che privava delle meritate valutazioni tutti e ciascuno. Si fece avanti uno studente, e diciamo subito che così facendo ha compiuto il suo dovere di studente e di cittadino come avrebbero dovuto compierlo tutti gli altri, a cominciare dal responsabile stesso, auto-denunciandosi in nome della socialità. Invece, anche sul quotidiano nonché nelle parole di compagni, ma ancor peggio di insegnanti e di genitori, fa la sua comparsa la parola rivelatrice del vero problema, di quello che alla nostra competenza pedagogica risulta essere il nucleo essenziale del problema: la parola «spia».
In breve, lo studente etichettato in quel modo è stato duramente colpito per la strada da due compagni i quali avevano accuratamente progettato l’aggressione e si erano resi irriconoscibili con sciarpe e passamontagna, e il risultato è stata una prognosi di 15 giorni dopo una corsa al pronto soccorso.
Dovremmo innanzitutto dire che qui ci sono dei doveri ben precisi da parte della scuola, di genitori ma anche delle forze dell’ordine e della magistratura, trattandosi di soggetti al di là della soglia di punibilità. Il Dirigente Scolastico ha già sospeso i responsabili e sta indagando, e questa è una notizia confortante nello scempio. C’è da sperare che tutti gli altri adempiano al loro dovere: gli insegnanti, e non solo quelli di quella classe, e non solo quelli che avevano lamentato il furto del registro, cioè che tutti i componenti il C.d.D. comprendano che non di un banale furto si è trattato (come rubare ad esempio in accessorio del PC) bensì di una gravissima violazione dell’istituzione scolastica, essendone il registro uno dei documenti fondamentali e senza dei quali il funzionamento ne soffre. La giustizia deve fare il suo corso: una eventuale petizione di clemenza dovrebbe seguire, sia logicamente che cronologicamente, ma non potrebbe avvenire senza una chiara presa di coscienza da parte dei responsabili di ciò che hanno fatto, che non è stato solo picchiare con brutalità e violenza un compagno, ma è stato molto di peggio, e questo comunque alla condizione che avvenga prima della condanna. Poi, un discorso riguarda i genitori, i quali sono conniventi, lassisti o malintesamente «permissivi» e quindi corresponsabili, oppure sono incapaci e inadempienti in misura somma: ovviamente la seconda ipotesi è la più grave per loro. Comunque, vanno chiamati anch’essi a render conto del tutto. Buona compagnia possono fare loro tutti qianti tra gli insegnanti, che usino o meno al termine «spia», non capiscano fino in fondo che qui si sta parlando di doveri che consentono la convivenza civile, il buon funzionamento dell’istituzione educativa e in definitiva il buon futuro di tutti gli allievi, anche di quelli che sbagliano, anche dei loro stessi figli.

Strumenti concettuali di impiego più generale
Qui la concettualità esce dal caso in specie, e consente di gettare una luce particolare e valida sul complesso variegato ed articolato di fenomeni che vanno sotto il nome di «bullismo». Senza che ci ripetiamo nella casistica assai diversificata, e purtroppo ricca, un componente irrinunciabile per qualunque fenomeno di bullismo è la connivenza omertosa dei compagni, i quali sono portati da una pessima diseducazione a pensarsi tutti insieme come componenti una parte, contrapposta a quella di chi rappresenta le istituzioni, insegnanti, registri, doveri, programmi, adempimenti, compiti sociali in generale.
Si badi bene, perché al solito l’impiego dei termini non è neutrale ma finisce per essere ben peggio dello scagliare pietre. Propriamente, la spia ò colui che tradisce i propri a vantaggio del nemico. Ma gli insegnanti, i registri, le istituzioni scolastiche non sono il nemico, e questo è il primo punto sul quale riflettere. Il convincimento secondo il quale, poi, i compagni siano dalla propria parte per il solo fatto di essere anch’essi studenti costituisce una mistificazione piuttosto grave, che non consente di affrontare positivamente né questa né nessun’altra questione di educazione sociale, in contesti istituzionalizzati o meno. Tutto ciò, in qualche modo, arieggia la nostalgia di visioni classistiche nate nell’Ottocento e che da tempo immemorabile hanno potuto dimostrare, oltre che la loro falsità, la loro inettitudine ad aiutarci nelle difficili evoluzioni degli ultimi decenni, evoluzioni delle quali la scuola sta ancora gravemente soffrendo, come del resto anche la famiglia ed altre istituzioni sociali e sedi relazionali.
Una ragionevole e realistica visione di parti contrapposte relative alla scuola, all’insegnamento e all’educazione che in essa si svolgono istituzionalmente, vede da una parte la cultura, la maturità, la conoscenza, la buona crescita, l’educazione, il ruolo sociale in prospettiva di un adulto; e, dall’altra parte, indubbiamente dei soggetti di età di sviluppo che a tutto questo debbono arrivare; questa ci sembra anzi l’unica contrapposizione possibile. Ed allora, gli insegnanti, i registri, i dirigenti, la scuola in generale da quale parte stanno? Posto così più correttamente il problema. la risposta è semplice semplice: gli insegnanti e tutta la scuola, registri compresi, stanno dalla stessa parte degli allievi, avendo il compito e il fine di portarli dall’altra parte; contro di essi, e se si vuole li si chiami pure «spie», sono quegli allievi che a tutto ciò oppongo qualunque forma di resistenza e di ostilità.

Un’applicabilità ampia…
Lo sappiamo bene che il discorso ha un’applicabilità ampia: vediamone, in sintesi estrema, qualche casistica ampiamente rapprsentativa.
È sulla stessa malintesa colleganza, su una falsa solidarietà, anzi l’uso scorretto del termine «solidarietà» ad intendere parassitismo, connivenza, complicità, omertà esattamente di stampo mafioso e camorrista, supporta atteggiamenti antisociali anche in altre sedi.
Un caso analogo potrebbe essere costituito dal collega assenteista e nullafacente che scarica il lavoro sugli altri e tradisce le aspettative degli utenti.
Un altro, dall’insegnante di qualunque ordine grado di scuola, (compresa l’Università), il quale anziché compiere il proprio dovere raggiunge un tacito accordo con gli allievi scambiando il nessun lavoro suo con la regalata promozione loro.
Un altro ancora, quello del lavoratore che, anziché impegnarsi per il sempre migliore successo dell’attività dalla quale dipende la sussistenza sua e della sua famiglia nonché di tutti i colleghi e di innumerevoli altre persone, interpreta la sede di lavoro come un campo di battaglia per imporre le sue idee agli altri, a cominciare da chi la pensa diversamente. Lì, più che «spia», si impiega il termine «crumiro» cioè ladrone, predatore, oppure «servo del padrone», mentre presso gli strati più estremisti delle Trade Unions si impiega, ci dicono, ancora oggi il termibe «scab», cioè rognoso, affetto da scabbia.
Ma vi si riconduce direttamente anche lìampia casistica del finto tifoso che va allo stadio per sfogare il suo istinto violento anziché per sane e comprensibilissime ragioni sportive che animano la gran parte degli altri frequentanti stadi e palestre.

L’esemplificazione, generalmente parlando, sarebbe interminabile.

… anche alle età dello sviluppo
Ma tornando alle età dello sviluppo, e pensando alla scuola come alle associazioni sportive per queste fasce d'età, ai sodalizi giovanili e alle altre occasioni di aggregazione sociale anche non formali, questo discorso va tenuto ben presente almeno per un motivo in più: perché gli stessi equivoci vi si propagano facilmente sotto la forma di presunte solidarietà ed altre parole accattivanti come sopra ricordato, in realtà metodi di sopraffazione dell’uomo sull’uomo fin dalle età più tenere e sotto mentite e nobili spoglie.
Su tutto questo, un errore grave si è commesso fin dagli anni ’60 circa quel nobilissimo e supremo obiettivo scolastico che è la socializzazione. Basterebbe ricordare quante volte i giudizi negativi su taluni allievi si chiudevano con una sorta di presunto contrappeso del tipo: «ma ha (ben) socializzato!». Sarà il caso di ricordare anche a chi è rimasto nonostante tutto a 40 e più anni fa che socializzare a scuola come in qualunque altra sede deve avere un significato specifico e contestuale: socializza solo chi partecipa attivamente per la sua parte alle finalità specifiche di quella sede sociale e nella misura in cui vi partecipa profondendovi il massimo delle proprie possibilità. Chi non coopera con gli altri del tentativo di conseguire gli obiettivi comuni per cui quell’istituzione esiste non ha socializzato, anzi si è reso responsabile di gravissima azione antisociale, per quanto egli possa essere amico di alcuni e risultare simpatico o magari esempio per quanto pessimo per molti. A scuola come nello sport, nel sodalizio culturale come quello ricreativo, a fondare la socialità sono finalità specifiche ben determinate, le quali oltretutto a scuola hanno il pregio di essere norma di legge, mentre in altri sodalizi sono entro la stessa ragione della loro costituzione. Quindi equivoci in tal senso non ve ne possono essere.
In parole povere: un allievo che non abbia conseguito un profitto adeguato alle sue possibilità, e non abbia tenuto una condotta consona all’istu+iyuzione, non ha socializzato quali che siano, e per buoni che possano essere, i rapporti con i compagni. E lo stesso dicasi per lo sportivo in una squadra e per il socio in un sodalizio.
Dove si situa dunque parte importante delle cause del problema del bullismo oggi? Innanzitutto nell’annacquamento delle finalità fondative di tutte le istanze sociali per la gioventù proprio per scarsa consapevolezza, o scarso impegno, o scarsa convinzione da parte di chi in esse deve operare con responsabilità e, se del caso, con professionalità.

Nel caso in ispecie
Se un allievo consegue giudizi negativi può benissimo socializzare, cercando di lavorare come tutti gli altri per recuperarli; e se far sparire il registro per nascondere tali giudizi negativi diventa lui stesso non recuperabile: cerchiamo di rendercene conto correttamente, pienamente e fino in fondo. Per cui il compagno che ha rivelato agli insegnanti chi si è reso responsabile di un simile atto, del quale si sente il bisogno di ribadire l’assoluta gravità, è l’unico che abbia realmente aiutato quel compagno incosciente del possibile recupero di lui stesso, l’unico che si sia dimostrato consapevole di che cosa voglia dire socializzazione oltre che di che cosa sia il rispetto per le regole come condizione necessaria di qualunque socialità.
Qui ci vuole un corso di formazione (di recupero?) per tutti gli altri: ma, cari lettori, non credete che forse questo corso andrebbe fatto a chi ne ha più bisogno tra gli insegnanti di quella classe e di quella scuola, e tra i tanti genitori dei compagni di quella classe?

Buona riflessione a tutti, con lo spirito di colleganza di sempre, dal vostro Franco Blezza, Pedagogista clinico Ordinario all’Università “D’Annunzio” – Chieti - Facoltà di Scienze Sociali

20 marzo 2009

HomePage