EDITORIALI

MAESTRO UNICO O GRUPPO DOCENTE?
di Raffaela Luciano

Spunti di riflessione
Il tema è caldo, anzi caldissimo.
Ma proprio quando un’area di discussione diventa troppo calda –se si vuole fare il mestiere della “persona di scuola” che ha nella sua mente la preoccupazione prioritaria di far funzionare bene la scuola– bisogna ricordarsi di tenere i piedi ben saldi per terra.
Le norme recentemente emanate nel campo dell’istruzione, che animano il dibattito politico e pedagogico del momento, prevedono alcune cose difficilmente realizzabili ed in contrasto con l’assetto attuale della cultura scolastica ed extrascolastica.
Ma se è vero che nel Decreto Legge n. 137 si legge che nei regolamenti da emanare ai sensi del comma 4 dell’art. 64 della legge di conversione 6 agosto 2008 n. 133 è “previsto che le istituzioni scolastiche costituiscono classi affidate ad un unico insegnante e funzionanti con orario di ventiquattro ore settimanali.”, è anche vero che subito dopo si legge “Nei regolamenti si tiene comunque conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola.”
Sembra, dunque, che nella norma ci sia la previsione di spazi di ascolto delle esigenze delle famiglie, come – del resto – c’è sempre stato, a prescindere dai livelli di coerenza manifestati dai diversi governi rispetto a tali affermazioni e dichiarazioni di attenzione e disponibilità.
Il problema è antico, nella sua attualità.
La presa di coscienza, necessaria. Soprattutto se si considera la complessità socio-culturale contemporanea.
I bisogni e gli interessi variegati degli studenti, le proposte che l’extrascuola offre, le tendenze e, persino, le mode che coinvolgono e condizionano parte delle famiglie e dei nostri alunni, impongono una riflessione sul fare scuola a 360 gradi.
La scuola – a mio modesto parere – deve essere riflesso e filtro della realtà extrascolastica, istituzione che – per la specificità del compito assegnatole – deve sapere al tempo stesso “stare dentro” le dinamiche socio-culturali proprie del contesto, e “starne fuori”, nel senso di mantenere in certa misura ab solutus il senso del proprio specifico agire.
La sfida per la scuola oggi è lavorare alla propria identità, rivendicando il diritto a svolgere il proprio ruolo in maniera indipendente e aperta alla comprensione (nel senso di cum prendere), dalla rielaborazione – nella sostanza – di quanto si muove al suo esterno ...
Ma lavorare alla costruzione ed alla esplicazione della identità della scuola implica il miglioramento continuo/progressivo della qualità del servizio offerto all’utenza, miglioramento che può derivare da alcune riflessioni imprescindibili, secondo me.
E questo vale soprattutto per la scuola autonoma.
Grandi, infatti, sono le responsabilità derivate alla scuola dalla normativa che ne ha sancito l’autonomia, proporzionate all’esigenza di educare/formare persone capaci di interagire positivamente con il mondo.
Lo Stato ha compreso che il suo compito è quello di indicare dei parametri di riferimento rispettosi della dimensione sopranazionale dell’educazione e della formazione, lasciando, però, alle scuole inserite nel loro contesto, il compito di attivare i percorsi ritenuti più idonei al raggiungimento delle finalità generali.
Come dire: ti dico dove devi arrivare, ma la strada e le modalità migliori per te le devi individuare e seguire tu.
Per questo motivo, per progettare un percorso – na volta individuati i bisogni avvertiti e non avvertiti dell’utenza e del contesto – bisogna fissare l’attenzione sulle risorse.
La qualità del servizio scolastico – nella sua dimensione educativa e formativa – passa attraverso i principi dell’efficienza e dell’efficacia, se per efficienza ed efficacia intendiamo un agire volto alla individuazione di finalità condivise da perseguire anche attraverso un utilizzo ottimale delle risorse.
Tutti i Governi e tutte le maggioranze politiche assegnano un posto di grande rilevanza alla politica nel campo dell’istruzione e formulano proposte pre-elettorali che vengono tradotte in azioni nel periodo post-elettorale.
Anche ora siamo a questo punto … per l’ennesima volta esposti alle ansie che il momento operativo della politica dell’istruzione finisce per generare negli operatori della scuola; per l’ennesima volta e – mi corre l’obbligo di dirlo per amor di obiettività – indipendentemente da chi sia al governo.
Autorevoli studi (1), e persino diversi esponenti di governo avvicendatisi nel tempo, hanno riconosciuto che i docenti sono una categoria a rischio di stress. Per la delicatezza del compito che svolgono; per il carico emotivo ed intellettuale che esso implica; per la precarietà del posto di lavoro; per le difficoltà insite in una professione che si fonda in massima parte sulla capacità/necessità di stabilire una relazionalità positiva con interlocutori anche molto diversi tra loro …
Categoria a rischio di stress e sempre al centro dell’attenzione politica, mediatica e sociale.
Risorsa fondamentale della scuola, oggi essi sono – inevitabilmente– al centro dell’ennesima polemica/preoccupazione: quella relativa ai tagli alla spesa pubblica ed alla lotta agli ‘sprechi’ e, quindi, alla consistenza che il gruppo docente dovrà avere nel prossimo futuro soprattutto nella scuola primaria.
Uno o tanti?
Quale soluzione adottare per organizzare il lavoro dei docenti in modo che gli alunni ne traggano il massimo beneficio possibile e il denaro pubblico sia ben speso? Questo il dilemma.
Ciascuno di noi ha sicuramente una sua opinione in merito, legata anche ad una convinzione personale di tipo politico, ma una cosa è – credo – innegabile: un governo non può esimersi dal ragionare sull’utilizzo migliore possibile delle risorse dello Stato e della collettività, rispetto ad una finalità.
In tal senso, il discorso sulla consistenza del gruppo docente – all’interno della Scuola, nell’organizzazione del lavoro di ogni scuola – deve comprendere soprattutto riflessioni sulla qualità del gruppo medesimo.
Chi fa che cosa? Come? Sulla scorta di quale percorso formativo di base? Con quali competenze? Con quale motivazione al miglioramento ed all’aggiornamento in servizio?
E’ chiaro che alla complessità del curricolo ed alle sue specificità disciplinari non si può rispondere con un “unico insegnante”. Sarebbe un controsenso troppo evidente.
Ma non basta mantenere la pluralità docente nella scuola per garantire che tale pluralità generi qualità dell’agire educativo e formativo.
Alle esigenze di competenze plurali non si risponde adeguatamente se i docenti non sono adeguatamente formati, e se non sono motivati al miglioramento delle proprie competenze attraverso idonei percorsi di aggiornamento professionale e di formazione in servizio
Chi lavora da qualche tempo nella scuola e chi si è interessato alla evoluzione del nostro sistema scolastico sa bene che molte buone idee inserite nelle leggi italiane sono state del tutto o quasi sconvolte nelle loro finalità quando si è arrivati al momento attuativo.
Cito qui la L.517/1977 che introduceva, tra l’altro, il concetto di “attività integrative” e che finì per generare il concetto di “insegnante del mattino” - ovvero di “serie A” - e “insegnante del pomeriggio” - ovvero di “serie B”.
E ancora, la L.148/90 che introdusse i moduli e la pluralità docente, oltre alla lingua straniera, offrendo opportunità mai così imponenti: lavorare insieme nella scuola, definendo ed assegnando compiti ai docenti anche con l’intento di valorizzarne le competenze e le inclinazioni (un tentativo di personalizzazione rivolto ai docenti?)
Chiediamoci, allora, cosa significhi lavorare insieme nella scuola (2), nei suoi aspetti psicologici ed organizzativi, in una scuola che si avvalga sino in fondo delle prerogative offerte dall’autonomia in materia di flessibilità organizzativa e didattica (3).
Lavorare insieme nella scuola dei moduli ha significato, in diversi casi, dividersi il tempo, creando motivo di affanno (non ce la faccio a svolgere il programma, ci sono troppi spezzettamenti …) nei docenti e negli alunni, causando anche lo svilimento di alcune discipline a vantaggio di altre (invece di educazioneall’immagine ho continuato a fare italiano …), confondendo talvolta la didattica laboratoriale con l’idea del laboratorio come spazio fisico, e – in pochi casi, certo – utilizzando male i tempi della contemporaneità, che sono diventati per qualcuno (irresponsabile!!!) tempi per “prendersi una pausa”.
Non ce lo nascondiamo, i distorcimenti di certe opportunità offerte dalla normativa hanno danneggiato l’immagine della scuola italiana, finendo per lavorare a discapito della qualità.
Ed è sotto gli occhi di tutti che oggi – forse anche per reazione – molti genitori esprimono apprezzamenti positivi circa le iniziative ultime del Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, anche in merito al tema del “maestro unico”.
Lavorare insieme nella scuola attuale – dove si muove una pluralità docente ascrivibile ancora al modello modulare, pur con un ridotto numero di ore di contemporaneità – significa, invece, integrare le competenze ed i tempi in maniera efficace rispetto alle finalità perseguite ed indicate nel P.O.F. e nel rispetto del criterio di efficienza.
Lavorare insieme nella scuola, nel modello di scuola che – questo sembra emergere dal dibattito più recente anche televisivo – farà seguito alle iniziative ultime del Ministro, significherà proseguire sulla strada dell’impiego razionale delle risorse, nell’ottica – anche, ma non certo ultima per importanza – della piena valorizzazione delle competenze dei docenti.
Ovviamente il processo richiede tempi lunghi, tempi idonei per l’attivazione di percorsi di formazione in servizio, di aggiornamento per coloro che siano già formati in campi specifici, e per il potenziamento dei percorsi universitari.
Tanto per arrivare ad una organizzazione del lavoro scolastico tale da offrire opportunità di istruzione–formazione–educazione di qualità a cominciare dalla scuola dell’infanzia e primaria – dove, dati gli apprezzamenti positivi dell’OCSE – si può puntare soprattutto al miglioramento ulteriore, e continuando sul versante delle scuola del secondo grado.
Tornando al tema de quo, nella scuola primaria si può ipotizzare la presenza di un docente prevalente affiancato da docenti specialisti in lingua inglese, religione, musica, educazione motoria, atteso che nel momento storico attuale non è più richiedibile – al docente che non si sia formato secondo i percorsi universitari attuali – il possesso di competenze specifiche in tutti i settori.
Una siffatta struttura non mortificherebbe la necessità di diversificare l’insegnamento e di proporre agli alunni un modello di riferimento adulto abbastanza costante; renderebbe più agevole la personalizzazione degli interventi (perché i diversi specialisti avrebbero una competenza specifica nella didattica di discipline che, spesso, rappresentano un valore autentico nella valorizzazione degli stili cognitivi e delle inclinazioni degli alunni); consentirebbe – finirebbe per consentire – una migliore utilizzazione delle risorse finanziarie e professionali.
In questo momento storico, la volontà di impegnare bene le risorse che il Governo deve gestire nel campo dell’Istruzione potrebbe opportunamente tradursi anche nell’attivazione di iniziative di formazione e di valutazione tese ad individuare quei gruppi più sensibili alle pratiche incrementative e migliorative del fare scuola, quei docenti più disponibili e aperti alle nuove acquisizioni e più capaci di tradurre le nuove competenze acquisite in azioni positive sul campo. Mi sembra non poco …
Quando, a suo tempo, si pensò di porre in essere pratiche valutative rivolte ai docenti l’idea non piacque, ma nel dare a noi stessi una risposta onesta sulle ragioni di quei pareri contrari, dobbiamo riconoscere che la pratica valutativa potrebbe rappresentare una motivazione esterna molto forte e finire per giocare a favore – ove ben progettata ed applicata – dell’incremento dei livelli di qualità della nostra scuola.
L’utilizzo più ragionato delle risorse – infine, ma tra i primi problemi in ordine di importanza – potrebbe offrire la possibilità di imprimere qualche aggiustamento agli stipendi, permettendo di avvicinarli alla media degli altri Paesi europei.
Siamo di fronte ad una politica in fìeri, dunque, una politica che – come sempre – è chiamata a rispondere a domande legittime dell’utenza scolastica tutta, quella interna (gli operatori del settore) e quella esterna (gli alunni, le loro famiglie, la società). Una politica che – come operatore scolastico – auspico sia letta con animo scevro dalle influenze degli slogans e dei proclami di parte, nella sostanza e nella analisi contestuale ed il più possibile obiettiva dei suoi punti di forza e di criticità.

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(1) Cfr. AMMATURO N., ''Una sofferenza senza fallimento'' Franco Angeli, Milano,2003
(2) PETTER G., Lavorare insieme nella scuola, La Nuova Italia, Firenze, 1998
(3) cfr. TENUTA U., La flessibilità nella scuola dell’autonomia, ANICIA, Roma, 2002

26 settembre 2008

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