EDITORIALI

PROGETTI EDUCATIVI NELLE SCUOLE
di Roberta Martullo
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Per un’etica dei “progetti”

Ogni docente di coscienza, come ogni medico, non pensa mai a tutte le vite che è riuscito a salvare; ha solo in mente quelle che ha perduto. Non c’entrano gli elogi o le accuse dei superiori o della società. E’ un discorso personale con il quale ognuno, quando si guarda allo specchio, dovrebbe fare i conti.
E’ un obbligo, per gli insegnanti, mantenere sempre vivo un dialogo in ordine a quanto – tanto o poco – si fa o non si fa per gli studenti, affinché l’insegnamento non venga vissuto come un atto impersonale o indifferente e dove ciascuno, abbandonando il rigido orientamento al mandato da assolvere o all’obiettivo da raggiungere, possa riflettere con profonda onestà sul divario esistente fra ciò che ha concesso e ciò che ha negato ai propri allievi, molto spesso del tutto incolpevolmente.
Tutti gli educatori, infatti, siano essi genitori o docenti, muovono le proprie azioni a partire dai migliori propositi. Nessuno opterebbe, se non malato, per un piano premeditato a determinare il male dei propri figli o dei propri studenti. Nella complessità dei processi di sviluppo dei soggetti in formazione, però, la funzione educativa degli adulti di riferimento, può talvolta assumere un profilo tutt’altro che emancipativo e di promozione. In poche parole, la strada che può condurre alla rovina di un bambino o di un ragazzo, è spesso lastricata dalle migliori intenzioni, coltivate a suo supposto beneficio, sia a casa, sia a scuola.
Un tema particolarmente delicato che, ove affrontato in sede collegiale, suscita sconcerto o, nei casi estremi, correnti di larvata o palese ostilità è quello delle attività integrative e complementari all’iter formativo in quanto, o per carenza di consapevolezza o per eccesso di autoreferenzialità, viene negata una evidenza di fatto, ossia che, talvolta, un progetto scolastico ( di educazione alla salute, all’intercultura, all’ambiente, alla pace, alla legalità… l’elenco potrebbe continuare a dismisura) non serve al suo destinatario (gli alunni, le famiglie) bensì torna utile solo a chi lo ha predisposto.
Fatte salve le esperienze (peraltro neppure scarse) che hanno consentito la realizzazione di attività di indubbio valore pedagogico, dove il docente assume una funzione centrale non solo nella trasmissione culturale ma anche nel suo farsi “costruttore di civiltà”, esiste una mentalità che, insinuatasi pericolosamente nelle istituzioni scolastiche, induce molti colleghi a dire sempre di “si”, a dimostrare favore e consenso anche nei confronti di proposte progettuali totalmente disancorate dai bisogni degli alunni. Nelle scuole, in sintesi, si tende ad approvare anche progetti che non intercettano, neppure sfiorandole, le necessità del territorio.
E’ come se un’amministrazione locale costruisse piste ciclabili per comunità di cittadini che non possiedono biciclette!
I progetti a cui mi riferisco corrispondono ad un ricco campionario, di cui si cita solo qualche esempio:
• progetti che destinano cospicue porzioni del Fondo di Istituto ad attività che si svolgonosenza la presenza degli alunni o delle famiglie, facendo prevalere il lavoro “a tavolino” su quello in situazione. Un esempio emblematico è rappresentato dalla costituzione di un particolare team di docenti, lo “Staff di supporto alle decisioni” del Dirigente scolastico, impegnato in riunioni periodiche dove i problemi vengono esaminati in via teorica, a volte meramente astratta, mancando del necessario grado di coesione con il resto dei docenti. I componenti di tali gruppi di lavoro sono gli opinion leader della scuola, docenti che fruiscono di rendite di posizione per anzianità o credito di attività professionale nella scuola stessa, come può accadere alle "aristocrazie" professionali. Si tratta, in alcuni casi,di docenti a forte vocazione autoreferenziale, la cui azione non si rivela coerente con le prospettive di sviluppo della scuola, con il risultato di paralizzare le iniziative di cambiamento per la facile presa emotiva che essi hanno su di un'ampia area di docenti.
Paradossalmente, lo Staff – fatte salve le debite eccezioni – tende a non favorire lo sviluppo dell'organizzazione e a non promuovere in modo incisivo e diffuso gli stimoli di miglioramento;
• progetti che prevedono per lustri la reiterazione delle stesse attività, a volte realizzatecon il coinvolgimento del medesimo esperto esterno (va precisato che il capitale intellettuale èdestinato, con il tempo, ad esaurirsi; se un professionista per anni lavora sempre nella stessa scuola, è legittimo chiedersi se è stato in grado di consegnare o meno delle competenze ai gruppi di lavoro con i quali ha interagito);
• progetti che confondono i compiti ordinari dell’istituzione scolastica con le attività aggiuntive di insegnamento o di non insegnamento che i docenti possono o meno svolgere, con relativa incentivazione economica. Si intende dire che la legge obbliga le scuole ad occuparsi di alcuni temi come la sicurezza, l’integrazione degli alunni diversamente abili ecc., e che nulla si deve in termini di compenso a chi promuove tali culture. Quanto si fa in questa direzione, spetta di fatto agli alunni che non ricevono alcun favore, “glielo si deve e basta”, senza che alcuno possa avanzare crediti o attendersi premi o ricompense;
• progetti che si muovono in modo disarticolato rispetto alla programmazione curricolare delle classi di riferimento degli alunni, prefigurandosi come una tessera con incastonabile nel mosaico della programmazione didattica ed educativa. In questo caso, si tratta di quelle attività che suscitano più frequentemente degli interrogativi da parte degli insegnanti, esplicitati con le seguenti dichiarazioni “Mi è capitato di verificare che proprio i progetti ritenuti più bizzarri da noi docenti riscuotono ampio consenso da parte dell'utenza” , “Progetti ritenuti validi dagli insegnanti vengono spesso poco apprezzati dagli alunni e viceversa”, “Chi è in grado di stabilire a priori se un progetto ha o meno una ricaduta positiva sui nostri alunni?” .
Per tentare di formulare un’analisi su tali questione, appare conveniente partire da un osservatorio privilegiato, rappresentato dalla scuola secondaria di II grado, per porsi ulteriori domande:

  • perché il legislatore ha inteso emanare, fin dal lontano 1990,gli articoli 104,105 e 106 all’interno del D.P.R. 309 (Legge quadro sulla tossicodipendenza che introdusse nella scuola i progetti di educazione alla salute, alcuni dei quali deliberati esclusivamente proprio dagli studenti)?
  • perché successivamente, nel 1996, ha disposto il DPR 567( successivamente modificato e integrato), istitutivo della Consulta Provinciale degli studenti, per finanziare delle attività progettate, organizzate e realizzate dagli alunni, a carattere locale, provinciale, regionale, nazionale e transnazionale?
  • perché nel 1998 è stato emanato lo “Statuto delle studentesse e degli studenti” con il DPR 249?

La ratio che sorregge la succitata legislazione è la seguente: il continuum fra gli educatori e i giovani è oltremodo frammentato, in ragione del divario generazionale presente fra queste due sponde dell’esistenza umana; ciò rende necessaria la predisposizione di ponti di collegamento, determinati anche dall’opportunità fornita agli studenti di esercitare, a pieno diritto, la propria cittadinanza all’interno delle comunità scolastiche, scegliendo alcune attività che – per definizione – risultano essere formative se rispondenti ai canoni della partecipazione democratica. Il problema che attiene i progetti programmati dai ragazzi non riguarda il “che cosa” ma il “come”, cioè alla modalità con la quale gli studenti approdano ad una deliberazione per amministrare i “loro” fondi.
Anche in questo, la guida dei docenti nell’insegnare ai ragazzi il modo di gestire costruttivamente gli spazi assembleari è assolutamente fondamentale (elezioni, esercizio dei ruoli di rappresentanza, riunioni, convocazioni, ordini del giorno, interventi preordinati, verbali delle assemblee, gruppi di lavoro, sessioni plenarie… sono tutte cose a cui gli studenti non sono biologicamente addestrati). Si pensi a quanto sia imperdonabile lo spreco del tempo istituzionale dedicato a questi lavori che, quantificato in ore svolte a carattere locale, provinciale e nazionale, è pari a quello di un corso di Storia!
C’è da aggiungere che in aree del nostro Paese particolarmente depresse, la scuola aperta di pomeriggio rappresenta una vera e propria risorsa per il territorio; ergo, se lo studente vive in un ambiente sano perché almeno “normato” e viene sottratto alle insidie del quartiere, anche una festa di compleanno può rappresentare una significativa occasione formativa. Fatte salve le eccezioni che, si ribadisce per non peccare di eccessivo criticismo, ci sono e in quantità numerosa, non sarà infrequente osservare situazioni in cui “alcune” delle attività deliberate dagli studenti non vengano apprezzate da “alcuni” docenti. Ma perché allora non dovrebbe accadere il contrario? E cioè che alcune attività deliberate dai docenti non siano massimamente gradite dalla totalità degli studenti? Si tratta proprio, pirandellianamente, del gioco delle parti, dove ognuno è tenuto ad incarnare regole e ruoli. Pur sforzandosi al massimo grado per accorciare le distanze nello stile di comunicazione e di relazione con l’universo giovanile, ogni educatore (per i genitori vale lo stesso) non può denegare o abiurare agli obblighi imposti dal suo ruolo perché offrirebbe un pessimo servizio, agli studenti e allo Stato.
Quali sono i progetti che hanno una ricaduta positiva sugli alunni? Non ci sono dubbi al riguardo.
La scuola non è il “Club mediterranée” come diceva un Ministro della Pubblica Istruzione qualche tempo fa; la scuola deve consegnare agli studenti conoscenze, abilità e competenze. I progetti integrativi e complementari all’iter formativo dovrebbero, pertanto, avere un fortissimo correlato con il curricolo, inteso anche, se non soprattutto, in chiave disciplinare.
I progetti vanno organizzati prevedendo i medesimiobiettivi formativi predisposti per gruppi di classe o gruppi di alunni e, in ragione della forte intelaiatura con il curricolo, vanno monitorati e valutati nei registri degli insegnanti e nei documenti di valutazione.
I progetti dovrebbero rappresentare, in sintesi, una corsia alternativa, facilitata, preferenziale per consentire l’apprendimento di oggetti e forme della conoscenza che altrimenti sarebbe difficile rendere “prendibili” agli alunni.
Se Leonardo nella sua pittura applicò regole matematiche (si pensi all’Uomo Vitruviano), … ma senza scomodare i geni del passato, …se persino i parrucchieri studiano la geometria per i loro tagli di capelli, perché non si può insegnare la matematica mentre si dedicano delle ore ai progetti di scienze motorie, di arti pittoriche o di educazione musicale?
Si ribadisce ancora una volta, fatte salve le dovute eccezioni, molti progetti sono un corpo scisso rispetto alla programmazione, sia educativa sia didattica, della scuola; sono il derivato di una – a volte - discutibilevolontà di utilizzare - a vita -le risorse interne ( se in una scuola capita la sciagura di ritrovare un docente diplomato in “danza”, ebbene il progetto che verrà proposto per sempre in quella scuola sarà di “ballo”); oppure di avvalersi – a vita – di esperti esterni (sempre gli stessi, si pensi allo scandalo delle consulenze d’oro!); oppure di costruirequalunquisticamente l’immagine di una scuola che organizza comunque un ricco pacchetto di attività.
Il docente deve, oggi sicuramente più di ieri, possedere delle competenze deontologiche, acquisire la consapevolezza che l’autonomia delle sue scelte va collocata nella prospettiva del “render sempre conto” di ciò che fa professionalmente, non solo a livello culturale e tecnico-didattico, ma anche etico-morale nel momento in cui svolge la sua funzione di incaricato di un pubblico ufficio in sede di deliberazione collegiale. Processi decisionali costruiti per adattare le condizioni oggettive esterne agli schematismi di una visione arbitraria della realtà vanno ostacolati, fermamente. L’insegnante deve saper dire anche “no” nelle occasioni di implementazione organizzativa, opponendosi agli “opinion leader” presenti nella classe docente, quando le proposte formulate non sono pienamente coerenti con le prospettive di sviluppo della scuola stessa e dei soggetti in formazione. Don Milani sosteneva che “L’obbedienza non è una virtù”. Il docente resta per l’allievo un modello sociale di riferimento, quindi abbassare la testa, adottare soluzioni innocue,di comodo, “solo per il quieto vivere”, credo che rappresenti il peggiore insegnamento che si possa offrire agli allievi che, da cittadini, renderanno solo più agevole il cammino a chi sceglie il sorpasso come progetto dei suoi giorni e la schiena del prossimo come lo strumento delle sue scalate.

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(1) Docente, psicologa, psicoterapeuta.

27 agosto 2007

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