BIBLIOGRAFIE E RECENSIONI

Mancino L, Trasmutazioni, Edizioni dell’Ippogrifo, Sarno (SA), 2001
Presentazione di Umberto Tenuta

Quando si scende nelle profondità dell’animo, quando si cercano gli anfratti più reconditi del cuore, quando si percorronoi meandri del proprio esistere, non basta la psicanalisia farci strada: occorre la poesia.
Si scende in apnea nel buio dell’io, legati ad un sottilissimo cavo, nel quale si intrecciano l’acciaio del dolore e la seta sottile della speranza.
Il percorso poetico di Lina Mancino si snoda, appunto, lungo i sentieri tortuosi dell’io, dipingendo il paesaggio dell’anima con i chiaroscuri del paesaggio fisico, anzi, definendo una vera e propria osmosi: il mare, il vento, la luce, il sole, l’arcobaleno, le foglie gialle che si spengono come la vita stessa, sono grumi di colore in cui si annidano speranze e dolori. Speranze e dolori che si sovrappongono, si accavallano, aggrovigliandosi; si elidono distruggendosi a vicenda.
Il topos letterario più evidente è, perciò, l’osmòsi tra psiche e natura, per cui, se è vero che l’anima dà forma all’indescrivibile, assumendo i toni, le forme e i colori della natura, è anche vero che la natura parla, soffre e geme, bevendosi, sorso dopo sorso, l’anima e il cuore dell’uomo.
Ne risulta una natura non indifferente all’essere umano, ma umanizzata essa stessa, perché ferita, sanguinante, come cuore trafitto dalla lama degli eventi.
Poi l’osmosi travalica e diviene metamorfosi, allorché l’autrice percorre i sentieri della vita, riconoscendosi nella lentezza della tartaruga, nella leggerezza della farfalla e poi, via via, fino al volo alto dei gabbiani.
Ma, all’autistico rinchiudersi negli oscuri anfratti dell’io, al “cupio dissolvi” che porta al dolore e al pessimismo più desolato, fa da contraltare il bisogno di luce, che è bisogno di speranza, di energia, di comunicazione e condivisione del proprio essere e del proprio esistere.
E, ancora una volta, questa esigenza ¾che è desiderio del cuore e dell’anima¾ prende le forme e i colori della natura.
Ne scaturisce un inno al girasole che, col suo tropismo, si orienta sempre verso il sole: è l’emblema della speranza mai sopita, è il sogno di una vita ridente e solare che la porta ad invocare:

Prendimi per mano
guidami verso la luce
voglio inseguire i raggi del sole

Ma è la conclusione che colpisce come un fendente:

Solo all’alba saprò di aver vissuto
un giorno da girasole

Dunque, non un giorno da leone, ma un giorno da girasole: è il desiderio di vivere, almeno per una volta, fuori dal bunker del dolore quotidiano, per respirare l’ossigeno dell’ottimismo, per sentire sulla pelle il colore rigenerante della speranza.
Il contrasto tra il buio e la luce è il paesaggio fisico in cui prende corpo il contrasto tra dolore e speranza, sforzo titanico profuso nel vivere e immancabile delusione.
È alla luce di questo secondo topos letterario che vanno letti i versi

Su quel faro luminoso
ali aperte antenne giù
sei attecchita su quel vetro…

Una falena è abbagliata dalla luce di un faro su cui resta “attecchita”: anche la luce può essere fonte di inganno!
Poi l’amarezza diviene ironia che squassa e ferisce con fendenti veloci e profondi:

Se fossi fiore
sarei una margherita
privata dei suoi petali.

Se fossi frutto
sarei un melograno
consumato chicco dopo chicco
senza essere assaporato…

Un ritmo alla Cecco Angiolieri, senza il vitalismo gioioso e beffardo del Poeta, ma intriso di un’amarezza che incalza senza tregua, fino a concludere:

Se fossi, se fossi, se fossi…
Ma son quel che sono.
E non quello che avrei voluto essere.

La contrapposizione tra dolore e speranza, luce ed ombra, chiusura autistica e apertura culmina in un’altra bellissima immagine:

Striscio come una lucertola
Volo come una farfalla…

L’una negli anfratti, l’altra nel cielo libero: è l’eterno contrasto tra il desiderio di luce e il rintanarsi nel bunker dell’io, dal quale solo la speranza potrà schiodarci.
Ma gli “altri” chi sono? Dove sono?
L’immagine dei colombi voraci, che si strappano il cibo l’un l’altro, dipinge un mondo famelico e spietato:

…chi ingoiava, chi afferrava
chi spingeva, chi sbatteva le sue ali
chi arrivava in fretta ad acciuffare.

E su tutto, il senso del tempo che passa ineluttabile, sgretolando volti e speranze:

Sento la tristezza
del ramo che secca
della foglia che ingiallisce
delle rughe che segnano
le mani affaticate di mio padre
e il viso rigato di mia madre.

E poi il desiderio di sottrarsi alla fine:

Sradicatemi,
piuttosto che appassire lento
preferisco scomparire!

Ma l’anima continua a dolere come artoanchilosato dal peso del corpo, e lo sprofondare nella propria sofferenza può persino dare sollievo come per un processo omeopatico: dolore su dolore, tristezza su tristezza come neve che stratifica lenta delineando un paesaggio di desolata bellezza e sommessa malinconia.
La resa, il mostrarsiindifesi come pugile che incassa inerte perché sa che non può sfuggire ai colpi che lo squassano, attutisce l’urlo che arrochiscein un sussurro come pianto che si spegne in un sospiro appena percettibile.
Così, sussurri e grida si alternanoe si sovrappongono,. Mentre scolpiscono una personalità complessa e contraddittoria perché granitica e fragile, pronta alla lotta come alla resa.
È questa ambivalenza che anima i versi:

....
Scuotevo i tronchi più forti.
Innalzavo le onde del mare.
Gridavo senza sosta.
Mi lamentavo con tutte le forze.
….

Consoffio lieve
il mio respiro ondeggia
con dolcezza i fili d’erba.

Nessuno ode più
il mio lamento.

C’è poi un interrogativo, una “legittima suspicione” che attraversa come un lampo l’intera produzione trafiggendola da parte a parte: e se fossero poesie d’amore?
Inespresso, sotterraneo come magmache ribolle alla ricercadi una feritada cui rigurgitare, l’amore si intravede perdente e pudico in ogni verso:

Mandorlo in fiore
tendevo con orgoglio
i miei rami verso l’alto.

Venne la primavera
i miei fiori guardati a distanza
non ebbero tempo
di dar frutti.

Vidi volare nel cielo
le mie foglie gialle.
Neppure i ragni
vollero i miei rami
per tessere ragnatele.

Provai a rifiorire.
Non era tempo.
Avevo sbagliato stagione.

L’oggettivazione narrativa dei propri stati d’animo, come della propria storia, trascendel’antico limite della confessione e dello sfogo nella sottile sapienza d’un linguaggio poetico che si fa immagine e descrizione di una sofferenza nella quale ognuno si riconosce.
Ma la suggestione è sempre forte e la mano scorre lieve sulla trama descrittiva, sfumando e mescolando i colori, fino a dipingere un paesaggio che va dai teneri girasoli di Van Gog alle acrobazie cromatiche di Kandinsky.
La lettura intanto scorre veloce, per arrivare, attraverso un percorso accidentato, al traguardo finale:

Quattro stracci malmenati
per ricordarmi che la vita è passata
una pietra di fiume
in ricordo dei colpi incassati
una manciata di cenere
per i giorni andati in fumo.

Dolore e ancora dolore: da quello struggente che evoca la levità della Dikinson, a quello cupo e accorato, più simile al Pavese di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”.
Ma, pur con tanto dolore, la parola scorre agile, si insinua vibrante tra i piccoli eventi del quotidiano come soffi di vento sulle corde scoperte di un violino.
Così, la ricerca ossessiva del minimalismo diviene ricerca dei significati reconditi, trasvalutazione del microfenomeno in macrofenomeno.
È forse qui il senso stesso delle “TRASMUTAZIONI” che dà il titolo alla raccolta: il legame profondo con la natura diviene osmosi e fa dell’Autrice, non parte della natura, ma natura stessa, della quale assume sembianze, rivestendo le proprie membra di colori, di forme, di petali e piume, di foglie secche e ragnatele, fino al mimetismo totale e all’annientamento finale.
Ebbene, in questo spasimo di annientamento si nasconde il desiderio di rinascita: una sorta di “natura naturans”, purificatrice e benefica, che distrugge e annienta, ma solo per restituire, dal suo caldo grembo materno, una nuova vita.

8 maggio 2009

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