BIBLIOGRAFIE E RECENSIONI

FLORIS G. , La fabbrica degli ignoranti, Rizzoli, Milano, 2008
Recensione e passi scelti di Anna Maria Romano

G. Floris, autore e conduttore della trasmissione televisiva “Ballarò”, nonché ottimo giornalista e docente di Comunicazione Televisiva all’università di Teramo, nell’agosto del 2008 ha pubblicato un libro-inchiesta sul mondo della scuola. Si tratta di un atto d’accusa al sistema-scuola italiano che nasce, però, da un grande amore per la nobile tradizione culturale del nostro paese e dal riconoscimento del valore di molti docenti, ricompensati da stipendi insoddisfacenti , carriere immobili e soggetti al ludibrio degli studenti. Dal suo libro emerge un Floris che ancora ricorda con profonda ammirazione alcuni insegnanti particolarmente significativi che hanno dato un’impronta fondamentale alla sua formazione umana e culturale.
Se la realtà dei nostri tempi è contrassegnata da esponenti del mondo civile e politico sempre più ignoranti che magari incitano a vincere “ come fece Napoleone a Waterloo”, secondo le testuali parole di un manager strapagato, la responsabilità è da addebitarsi alla scuola.
Non può certo pretendere di avere un futuro un Paese in cui non si rispetta l’istituzione che forma i cittadini.
Scuole fatiscenti, soffitti che crollano, insegnanti frustrati, studenti ignoranti e maleducati:di fronte al declino della convivenza civile, della politica e della cultura, Floris esorta a rimboccarsi le maniche. Certo non fa altro che lanciare una pietra nello stagno , unendosi al coro dei fustigatori dei mali italiani, per lo più giornalisti che da alcuni anni indignano le coscienze degli italiani rivelando “di che lacrime grondi”il nostro Paese. Ma poi spetterebbe ai politici mettere mano alle riforme necessarie a scardinare e riordinare un sistema ormai malato quale quello dell’istruzione.
Floris dà qualche indicazioni su ciò che si potrebbe fare nell’immediato e nel lungo termine, che, se applicate, sicuramente susciterebbero non poche reazioni , perchè una cosa è certa:il mondo della scuola è un campo minato dove la cautela è doverosa e dove tutti i ministri che hanno cercato di avviare delle riforme si sono trovati a fronteggiare grandi opposizioni.

INTRODUZIONE
Chi forma un uomo, o una donna, forma l'intera società. La scuola, inoltre, non è solo studio. I miei compagni di classe sono tuttora miei amici e mia moglie l'ho conosciuta all'università. La scuola è esperienza: amicizia, amore, dolo­re, gioia, successo e fallimento. La scuola funzionerà sem­pre, anche se non funziona, perché non è fatta solo da quel­lo che possiamo soppesare, ma anche da tutto quello per cui non esiste unità di misura.
E’ fatta, cioè, dalle singole persone .
La definizione di «ignorante-» che vi propongo è questa: è ignorante chi non sa farsi capire dagli altri e non riesce a comprenderli (pag. 10).

LA SOCIETA’ CIVILE
I nostri concittadini senza alcun titolo di studio sono quasi 6 milioni (ma il dato è relativo alla popolazione dai 6 anni in SU); 13. 686. 021 sono quelli che hanno conseguito la sola licenza di scuola elementare; poco oltre 16 milioni il numero di quelli che si sono fermati alla licenza media o al vecchio avviamento professionale. Il censimento 2001 ha contato che 800 mila italiani non sanno né leggere né scri­vere. Nel 2005 ciascun cittadino ha destinato alla cultura quasi il 7 per cento di tutto quello che ha speso, i1 2 per cen­to in meno di quanto fatto 1'anno precedente. La media eu­ropea è del 9, 5 per cento, mentre si aggira sull' 1l in Svezia, Regno Unito, Repubblica Ceca, Austria e Finlandia (pag. 40).
«L'analfabetismo italiano» scrive Tullio De Mauro «ha radici profonde. Ancora negli anni Cinquanta il Paese vive­va soprattutto di agricoltura e poteva permettersi di avere il 59, 2 per cento della popolazione senza titolo di studio e per metà totalmente analfabeta (come oggi il 5 per cento). […] Secondo alcuni economisti il ristagno produttivo italiano, che dura dagli anni Novanta, è frutto dei bassi livelli di competenza. Ma nessuno li ascol­ta; e nessuno ascolta neanche quelli che vedono la povertà nazionale di conoscenze come un fatto negativo anzitutto per il funzionamento delle scuole e per la vita sociale e de­mocratica. » Investire nella scuola non vuole certo dire ottenere risul­tati immediati. Vuol dire magari alleggerire il presente di chi nella scuola oggi lavora, ma soprattutto significa pro­grammare il futuro delle prossime generazioni… Nel mondo globalizzato non vince chi si protegge o chi resiste al cambiamento, ma chi studia e si migliora, al fine di comprendere e pilotare le trasformazioni. Questo vale per i Paesi e le economie, ma anche (se non soprattutto) per i sin­goli cittadini, e per migliorare le persone sinora non si è in­ventato nulla di meglio della scuola (pagg. 54-55).

STUDIO
Ci siamo più volte posti la domanda: a che serve studia­re? Poniamoci adesso la domanda inversa: se una persona non studiasse . . . cosa sarebbe? «Noi» ci spiega ancora Dario Antiseri «grazie alle idee che abbiamo in testa guardiamo il mondo, leggiamo la realtà che ci circonda e comprendiamo persino noi stessi; più idee abbiamo, più teorie conosciamo, più ipotesi siamo in grado di sviluppare e più comprendia­mo noi stessi e l'esistente. Senza la conoscenza la nostra vita sarebbe vuota. »
Studiare, conoscere, imparare serve quindi a vivere me­glio. «Karl Popper» continua Antiseri «diceva che tutta la nostra vita è risolvere problemi: se noi non ne siamo capaci, se non siamo in possesso di teorie e metodi per risolvere i problemi, la nostra vita è non vita. È importante studiare e uscire dalla scuola con un patrimonio di idee che ci permet­tano di leggere e capire il mondo, che ci consentano anche di intervenire su noi stessi e su quel che ci circonda. »
La scuola ci offre quindi gli strumenti per risolvere i no­stri problemi, ovvero per vivere meglio la vita. La scuola ci rifornisce di idee (pag. 57).

PROF
Tre milioni e 500 mila italiani lavorano per la pubblica am­ministrazione, più o meno un terzo di questi lavora nella scuola. I dipendenti della scuola hanno per lo Stato il costo pro capite più basso in assoluto, pari a 34. 438 euro l'anno, ma visto che il comparto è quello più numeroso di tutti, un milione e 130 mila dipendenti, nel complesso è quello per cui lo Stato spende di più: circa 39 miliardi di euro… si può dire che i prof italiani sono tanti, costano tanto e guadagnano poco. È il classico paradosso italiano. (pag. 63)«Un tempo» commenta Francesco Scrima , se­gretario generale della Cisl scuola, «la nostra societa’ ci misu­rava quello che facevamo, per il nostro ruolo all'interno del­la collettività, e l'insegnante aveva un ruolo speciale, di pre­stigio. I professori erano quelli che formavano le nuove ge­nerazioni: la misura dell'uomo, nei nostri tempi, è la sua re­tribuzione . . . e così gli insegnanti sono considerati zero. »(pag. 66)Nel 2007 i professori precari in graduatoria erano circa 300 mila, di cui 190 mila in servizio. Otto su lO sono don­ne, 6 su lO sono nati al Sud. Il prof precario ha un' età media di 39 anni: il supplente, insomma, non è più il giovane che fa dimenticare in breve il titolare di cattedra malato. Ha la stessa età del titolare e, naturalmente (proprio per questo motivo), è in genere di pessimo umore. Il supplente una volta era agognato dagli alunni, adesso inizia a essere temu­to. Una volta era una ventata d'aria fresca, adesso è un tipo cinico e arrabbiato (pag. 78).

STUDENTI
Sessantadue studenti italiani su 100 non sanno da cosa di­penda l'alternanza tra il giorno e la notte: interrogati in ma­teria dagli esperti dell' Ocse, solo 6 studenti su lO (l su 4 nelle Isole) hanno risposto correttamente, ovvero che «la Terra ruota intorno al suo asse»… Nella classifica Ocse dei 30 Paesi più istruiti l'Italia si piazza al terz'ultimo posto, seguita da Portogallo e Messico.
Tra la popolazione più giovane (25-34 anni) abbiamo meno laureati (16 per cento) rispetto alla popolazione della fascia 55-64 anni nei Paesi Ocse (19 %) (pag. 105).
Se parliamo di adolescenti il discorso non cambia: in troppi non frequentano la scuola, e quelli che lo fanno mo­strano maggiori difficoltà nell' apprendere rispetto ai loro coetanei europei: nel 2004 solo 76 ragazzi su 100 consegui­vano il diploma, un valore tra i più bassi nel confronto con i Paesi avanzati.
Ma questi dati non dicono tutto… In Italia abbandonano 32 studenti su 100. In Europa, in media, sono solo 15 su 100 gli studenti che lasciano la scuola, ed è quindi necessa­rio, anche in questo caso, domandarsi perché la scuola ita­liana produca così tanti fallimenti (pag. 107).
La soluzione che Luigi Berlinguer tentò di adottare per ri­solvere il problema (innalzare l'età dell'obbligo scolastico) non è servita: tanti in più si sono iscritti alle superiori, tanti più so­no stati gli abbandoni, e quindi, legge o non legge, il problema resta lo stesso: la scuola italiana espelle troppi studenti.
Cosa non funziona? «Le cause sono diverse» spiegava il professor Benedetto Vertecchi a Raffaello Masci di «La Stampa». «La principale è legata alla preselezione sociale che avviene attraverso la scuola: il liceo è il primo gradino, i professionali l'ultimo. Gli insegnanti stessi hanno aspettati­ve diverse a seconda che insegnino in un tipo di scuola o in un altro. Ai professionali si resta più facilmente indietro e, se si è bocciati una volta, specie all'inizio, questo trascina­mento degli studi più facilmente evolve in espulsione dal si­stema. » E poi sul drop out giocano altri due fattori impor­tanti: la famiglia di origine e il territorio in cui si vive. «Ad essere espulsi» spiega ancora Vertecchi «sono soprattutto i ragazzi che vengono da famiglie con basso livello di istru­zione e da realtà territoriali problematiche. Non solo perché inquinate dall'illegalità, come la Campania, ma anche capa­ci, come nel Triveneto, di proporre alternative di lavoro concorrenziali alla scuola. » Quella italiana è una scuola ci­nica, che salva chi si può salvare e non perde tempo con chi ha poche possibilità di farcela. Una scuola debole, che non riesce a rendersi apprezzabile da chi è convinto di poterne fare a meno (pag. 108).
La spesa per studente in Italia è tra le maggiori dell'area Ocse, e il rapporto insegnanti-studenti è molto più alto che altrove. Gli insegnanti sono circa 8OO mila in organico, oltre 100 mila i precari, e il rapporto insegnanti-studenti è il più sbilanciato (9, 3 professori ogni 100 allievi, per una media Ocse di 5, 9): spendiamo di più, otteniamo di meno, come dimostrano i test internazionali sull'apprendimento degli alunni (pag. 110).

GENITORI
Quando è stato domandato a tate e badanti straniere di dare un giudizio sui nostri bambini, 6 rumene, moldave o fi­lippine hanno bocciato in toto il nostro modello educativo. Il 50, 9 per cento delle intervistate ha definito maleducati i nostri bambini: questi ultimi risultano ai loro occhi viziati, capricciosi, disobbedienti. I genitori, secondo donne che ormai vivono stabilmente nelle nostre famiglie e che quindi hanno maturato un giudizio piuttosto circostanziato, «do­vrebbero essere più severi» (pag. 161).
Bambini iperprotetti, genitori scioccati dalle proprie re­sponsabilità, una scuola inefficiente che preferisce soprasse­dere piuttosto che affrontare i propri obblighi. È questo il contesto in cui crescono i nostri figli? È così che in Italia amministriamo il nostro capitale umano? (pag. 163)

SCUOLA
I sociologi lo chiamano «ascensore sociale», ed è quello che, in una società che funziona, prendi quando migliori il tuo status sociale, culturale, economico. Nella società delle caste, durante il feudalesimo, nell' ancien régime, si moriva sempre e comunque nelle condizioni socio-economiche in cui si era nati. Nelle società moderne, dovrebbe poter essere l'individuo a decidere del proprio destino. L’Italia, invece, è un Paese immobile. Non è più il titolo nobiliare a essere tra­smesso col sangue e a fare la differenza, ma oggi sono le pro­fessioni e le ricchezze a essere trasmesse con il Dna. […]
Il nostro sistema scola­stico non riesce a porre riparo alle disuguaglianze sociali, e il grado di istruzione e il reddito delle famiglie di provenienza rimangono determinanti nel definire le sorti di uno studen­te. Se sei ricco, ce la fai, spesso anche se non meriti; se sei povero, non ce la fai, spes­so anche se meriti.
La scuola italiana, da questo punto di vista, è inutile: lo studente che si iscrive ha pochissime speranze di cambiare il destino che gli toccherebbe se a scuola non entrasse. Il gra­do di istruzione e il reddito della famiglia di provenienza so­no determinanti nel definire il futuro dello studente: buona famiglia, buon futuro. Famiglia umile, futuro umile. Da questo punto di vista è marcata anche la differen­za di preparazione e rendimento tra gli studenti nati al Nord e quelli nati nel Meridione, inutile stare a dire a vantaggio di chi (pagg. 171-172)

CERVELLI
Il fenomeno dei giovani laureati che lasciano il proprio Paese per andare a proseguire gli studi all'estero è il problema dei Paesi in via di sviluppo: lamentano la fuga dei cervelli i Paesi poveri di op­portunità, i Paesi a cui le nazioni più ricche e moderne strappano le risorse migliori offrendo maggiori prospettive e sostanziose remunerazioni. Il mondo sviluppato non si confronta con la fuga dei cervelli, ma con la circolazione dei cervelli… L’Italia da questo scambio di cervelli è tagliata fuori. Noi esportiamo 30 mila studiosi l'anno e ne importiamo appena 3000. Se nel dopoguerra emigravamo per lavorare, ora emi­griamo per studiare (pag. 217).

RIFORME
Ci sono due modi di ragionare sulla scuola: uno è pensare all'immediato, l'altro è pensare al medio-lungo periodo. Se­condo Tullio De Mauro, pensare alla scuola è un investi­mento a lungo termine: spendi oggi e, se spendi bene, avrai frutti fra dieci venti anni. […]Nell’immediato, quindi, si può far salire di livello la nostra scuola, nel medio lungo-termine si può darle una nuova identità, una nuova missione. Nel lungo termine è possibile pensare a politiche di totale rinnovamento del personale docente , più giovane, scelto e selezionato in maniera più razionale, motivato da nuove e soddisfacenti politiche salariali. La ristrutturazione immediata del sistema può portare a una gestione amministrativa più razionale, a una maggiore qualità della spesa , a una riqualificazione delle professioni interne (pag. 225).
L’autonomia degli istituti viene ormai indicata dalla maggioranza degli osservatori come uno dei passaggi-chiave nel percorso che dovrebbe portare all’innalzamento del livello della nostra scuola. Istituti che possono assumere docenti, premiare gli insegnanti migliori, ingaggiare tecnici di laboratorio (pag. 226).
Se avessi la possi­bilità di intervenire sull'istruzione pubblica farei tre cose: re­stituirei ai genitori la possibilità di scegliere la sezione in cui iscrivere i figli; reinserirei il vero voto di condotta; metterei a disposizione dei professori una «carta oro» da utilizzare solo per spese volte ad acculturarsi come visitare musei, andare al cinema e acquistare libri.
Tutto qua (pag. 228).

UNIVERSITA’
È difficile ipotizzare una riforma complessiva del siste­ma, ma è certo che il rinnovamento non può che passare at­traverso un processo di selezione meritocratica dei docenti e degli studenti, poggiato quest'ultimo su un sistema diffuso di borse di studio che permetta anche ai più poveri di met­tere a frutto il proprio talento (pag. 249).

PARADISO FINLANDESE
Quella finlandese è considera­ta la migliore scuola d'Europa: «Panorama» ci racconta come lo è diventata. «In un territorio poco più grande dell'Italia la scuola dell'obbligo si rivolge a 590 mila ragazzi dai 7 ai 16 anni. Dai 17 ai 19 ci sono i licei e le scuole professionali per 280 mila studenti. […]Il paradiso finlandese nasce nel 1995, anno in cui il sistema venne completamente riformato. Presentando la riforma il ministro dell’Educazione pubblica disse che sognava una scuola adatta a “stimolare creatività e riflessione, divertire e non mortificare”. L’ha avuta, a quanto pare. E noi? (pagg. 259-260).

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