BIBLIOGRAFIE E RECENSIONI

SALERNO R., (a cura di Nunzia Cerbone, Emilio Prisco, Giovanni Salerno), Dizionario del parlare sarnese d’altri tempi, , Edizioni Buonaiuto, Sarno 2004, pp. 290.

 

Occorre subito asserire che il recupero del dialetto di una terra non costituisce soltanto un’operazione sulla memoria di tipo storiografico o antropologico culturale; perché è pure il momento pregnante di una visione che ci consente di saper valorizzare il presente.

Grazie al compianto prof. Raffaele Salerno e alle sue ricerche erudite (si ricorda il già edito Dizionario dei proverbi sarnesi, curato da Franco Salerno), ancora una volta è stato possibile, grazie alla passione non disgiunta dalla competenza e perspicacia dei tre curatori, realizzare questo Dizionario del parlare sarnese…. a ragione definito d’altri tempi. Infatti già da molti anni tantissimi termini, tipicamente sarnesi, non sono più in uso nella parlata locale per l’«inquinamento» prodotto, come si sa, dai mass-media che hanno poi finito per determinare una sorta di omologazione linguistica in cui prevalgono sovente luoghi comuni di dubbio senso.

A noi è piaciuto che nel titolo viene adoperato il verbo parlare perché come sottolinea Tullio De Mauro «il linguaggio verbale è di fondamentale importanza nella vita sociale e individuale perché, grazie alla padronanza sia ricettiva che produttiva di parole e fraseggio possiamo intendere gli altri e farci intendere e possiamo catalogare, ordinare e sottoporre ad analisi l’esperienza, intervenendo in essa e trasformandola» (in Sette lezioni sul linguaggio, Milano 1983, p. 77).

Questa pubblicazione è altamente meritoria perché ci consente di riandare alla nostra infanzia , quella del secondo dopoguerra, e ricordare anche le svariate forme di giochi in cui ci si serviva di specifici termini come. sésca se’ (p. 229) un invito a tenersi pronti per l’inizio del gioco, o prïtiata di cui conserviamo sul capo a tutt’oggi delle sciaccate (p. 219), ricordi dell’incoscienza e spensieratezza adolescenziale. Si avverte attraverso la miriade di termini (a quelli originari di circa 4.000 con un paziente lavoro di indagine territoriale ne sono stati aggiunti ben altri 1.650 ) come molti termini, oltre all’esplicitazione semantica presentano anche la loro valenza metaforica in auge a Sarno. Si pensi alla parola paputo ( p. 175) che oltre a significare chi partecipa incappucciato alla processione del Venerdì Santo, indica anche un tipo di «persona trasandata», o baccalà ( p. 55) alimento che oltre ad essere gustato soprattutto nel periodo natalizio designa un “tipo allampanato , stupido”, o ancora càntaro (p. 67) che ha vari riferimenti da “grossa vasca, pitale” al traslato “fetente, schifoso”, o sciammerèca che oltre a designare la marsina si riferisce pure accompagnato da senso umoristico all’amplesso…., o scassàta (p. 215) un tipo di vigneto che finisce poi per indicare ben altro come i lettori possono vedere e infine zizzèlla (p. 283) che oltre a significare piccola mammella indica anche il tipo che conduce vita facile destinata a finire così da far esclamare «ha fffinìta ‘a zizzélla». Crediamo che certi termini siano conosciuti e usati solo da parte di quei pochi che hanno raggiunto una veneranda età e li usano comunemente, come il cuósciolo (p. 93), il piano di paglia della sedia che pertanto ci ricorda anche il mestiere (quasi del tutto scomparso) dello ‘mpagliaségge (p. 147) che sapeva ricostruire a’ mmistiéro (p. 143) a regola d’arte, cioè con la massima perfezione quando esso era sfondato perché consunto ( i Latini avrebbero detto ad unguem ). Chi mai userebbe ancora termini come prèna (p. 190) incinta o sgravare (p. 233) invece di partorire?

Molti termini indicano mestieri e spesso questi sono accompagnati da riferimenti proverbiali o adagi, ad esempio scarpàro - calzolaio (p. 214) che ci riucorda come scarpàre e ccusitùre scàveze e annùre nel senso che mentre i sarti e i calzolai provvedono agli altri finiscono poi per trascurare se stessi.

E pensare che da piccoli quando frequentavamo le elementari ‘mièzzo a’ Croce dalle emerite e brave suore d’Ivrea si riteneva di avanzare nello status sociale parlando in lingua italiano e pertanto il dialetto veniva considerato, in modo riduttivo, una sorte di corruzione linguistica assolutamente da evitare. Come asserisce T. De Mauro: «Secondo alcuni l’uso dei dialetti sarebbe un male. A costoro i dialetti sembrano brutti, inciviliti, sbagliati, e chi parla dialetto è accusato di sgrammaticare [….] Invece i dialetti sono come la campagna e la lingua è come la città: noi vogliamno avere tutti le condizioni di vita più moderna, più agiata che offrono le città, ma per ottenere questo non è affatto necessario distruggere il verde e la campagna. Tutt’altro!» (in Sette lezioni sul linguaggio, cit., pp. 49-50)- I dialetti e la stessa lingua acquistano uno statuto sociolinguistico diverso. Tanto che la connotazione sociale del dialetto può addirittura essere cambiata di segno: si diffonde nella borghesia cittadina un uso reazionario del dialetto – uso riservato all’aristocrazia - , in reazione elitaria ai fenomeni di italianizzazione delle masse. Poi gli studi successivi realizzati sui testi di Alberto Varvaro, Tullio De Mauro, Alberto A. Sobrero, Lorenzo Renzi, M. Cortelazzo e tanti altri ci hanno fatto capire il valore imprescindibile del dialetto in cui sono stati scritti tanti testi lirici e in prosa, si pensi a Porta, a Trilussa, ai nostri Basile di Lo cunto de li cunti, Di Giacomo, Eduardo De Filippo e ai tanti studiosi di dialettologia (tipo G. Devoto – G. Giacomelli, 1972, B. Migliorini, 1973; G. Rhohlfs, ’66-’69 e ‘72 che ci hanno saputo mostrare come un dialetto ha il suo valore imprescindibile e le sue regole per parlare e scrivere. Si pensi ad esempio ad Aurelio Fierro e alla sua Grammatica della lingua napoletana edita da Rusconi nel 1989, che ci dimostra anche con molte esemplficazioni quali sono le norme grammaticali e sintattiche della lingua napoletana.

Senza disconoscere la necessità che si usi un codice linguistico comune perché ci si possa far intendere dai più, ad onta di fantasmagorie o elucubrazioni che aleggiano in questi “tempi bui”, ci piace chiosare questa recensione ad un volume di pregio, che tutte le scuole del territorio sarnese dovrebbero acquisire in molte copie nelle loro biblioteche e farne oggetto di studio nelle attività laboratoriali, citando sempre il De Mauro che così sottolinea: «La campagna e il verde sono i “polmoni” delle città, danno alle città la lolo indispensabile atmosfera. E non è necessario distruggere i dialetti. Questi sono usati con grande spontaneità espressiva, danno la possibilità di comunicare in modo semplice ed efficace. Spontaneità espressiva, semplicità ed efficacia, che sono caratteristiche comuni nel parlare dialetto, possono e devono essere l’atmosfera naturale entro cui viva l’uso della lingua nazionale» (Ivi, p. 50).

Bellissima è la lirica di Ignazio Buttitta, riportata nelle prime pagine del volume, dove si ribadisce il ruolo ed il valore imprescindibile del dialetto: «Un populu/ diventa poviru e servu/ quannu ci arrùbanu ‘a lingua/ addutata di patri:/ è persu pi sempre». E anche di grande spessore deve ritenersi il saggio introduttivo di Emilio Prisco che ci presenta il rapporto tra lingua e dialetto, la valenza del dialetto parlato e scritto e gli elementi di fonologia del dialetto sarnese che fanno capire come il dialetto del nostro paese SARNO presenti una propria identità fonetica nella vasta gamma dei dialetti meridionali.

E come non elogiare i curatori che hanno ben pensato di devolvere il ricavato di un lavoro così complesso all’Associazione per lo studio delle Atrofie Muscolari Spinali Infantili (ASASMI e all’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (AIRC).

 

Recensione di Alberto Mirabella 

24 gennaio 2005

 

HomePage