ALUNNI DIVERSAMENTE ABILI

HANDICAP E COMPORTAMENTI PROBLEMA
di Filomena Iaquinandi

L’intervento psicopedagogico

Prendendo parte a una relazione educativa con una persona con deficit intellettivo, ritardo mentale o altre forme di disabilità, in veste di insegnante, educatore, genitore, pedagogista, psicologo, neurologo, volontario, etc, ci si scontrerà spesso con due preoccupazioni: da un lato l’obiettivo di promuoverne lo sviluppo, cioè la crescita di competenze, di capacità, grandi o piccole che siano; dall’altro la preoccupazione per i comportamenti problema, «il prendersi cioè cura di una persona che fa cose che «non dovrebbe fare», il preoccuparsi a motivo dell’esistenza minacciosa di azioni «negative», forse patologiche, sicuramente anomale e strane, o almeno vissute come tali».(1)

I comportamenti problema degli alunni con disabilità costituiscono, oltre che un notevole ostacolo al successo dell’integrazione scolastica, una fonte di fatica e frustrazione per coloro che si impegnano ad avviare un processo formativo. Difatti molto spesso accade che, tentando di mettere in atto degli interventi educativi, cognitivo comportamentali, o nel tentativo di delineare un possibile progetto di sviluppo, di vita, soprattutto con soggetti che presentano Disturbi dello Sviluppo, con Sindrome Autistica e Ritardo Mentale, ci si trovi di fronte a dei comportamenti fortemente negativi ed ostativi.

Dario Ianes con acutezza e sensibilità ci fa notare come «in alcuni casi la gravità del comportamento è tale che sembra quasi impossibile stabilire con loro un rapporto produttivo sul piano affettivo,sociale e didattico»(2). Risulta dunque difficile per tutti coloro che si trovano ad instaurare qualunque tipo di relazione educativo - riabilitativa (insegnanti, genitori, educatori) gestire o quantomeno controllare i comportamenti problema, per cui molto spesso ci si limita semplicemente a contenere i danni cercando di convivere con la problematicità del soggetto.

Tentando di definire nello specifico i comportamenti problema, ci si rende conto che essi, nella maggior parte dei casi, vengono fatti coincidere con comportamenti intollerabili, inaccettabili, ingestibili. Possono manifestarsi assumendo le forme più disparate (anche se ve ne sono di ricorrenti) la cui problematicità è sottolineata dal fatto che rappresentano una fonte di disagio, difficoltà, paura, fastidio per tutti i soggetti che interagiscono con colui che le mette in atto.In sostanza i comportamenti problema costituiscono un’ampia gamma di comportamenti che racchiude anche attività non pericolose o apparentemente non gravi.

La gestione di tali problemi comportamentali rappresenta per chi opera e interagisce con persone che presentano disabilità intellettive, una delle principali incombenze alle quali bisogna far fronte.

Il presupposto fondamentale è che, qualora si voglia attivare qualunque intervento rivolto allo sviluppo di competenze, capacità, abilità di varia natura, in soggetti che presentano tali deficit, non si può tralasciare di considerare e tentare di arginare, qualora si presentino, i comportamenti problema. Essi infatti, se ignorati rischiano di ledere le effettive possibilità di autorealizzazione della persona: l’integrazione scolastica e sociale, l’armonia familiare.

Di fondamentale importanza risulta la presa di consapevolezza dell’importanza della funzione valutativanell’individuazione degli aspetti problematici del comportamento, nonché degli strumenti valutativi a cui si ricorre nell’analisi del comportamento: l’osservazione e l’analisi funzionale.

Un eventuale intervento deve essere sempre attivato in favore del soggetto con difficoltà di comportamento, seguendo una prospettiva che induca da un lato fiducia e accettazione da parte del soggetto, dall’altro l’acquisizione di consapevolezza, responsabilità delle proprie azioni. Obiettivo principale deve, dunque, essere il miglioramento della qualità della vita e dell’integrazione del soggetto con problemi di comportamento attraverso un’analisi e una sostituzione dei comportamenti problema con comportamenti positivi più funzionali a un interazione con l’ambiente. Coloro che hanno responsabilità educativa nei confronti della persona che presenta tali problematiche dovranno intervenire, in sostanza, tenendo ben presente e chiaro il vantaggio e il benessere psicologico e sociale della parte più debole del sistema: la persona. Proprio per questo è importante che nell’intervento siano coinvolte più figure che si trovano ad interagire con il soggetto: non solo insegnanti ed educatori, ma anche la famiglia e i vari professionisti (psicologi, terapisti,etc). Dovrà esservi collaborazione dall’inizio, dalla scelta dell’utilizzo degli strumenti di valutazione del comportamento e della qualità globale di vita, all’individuazione delle possibili strategie da mettere in atto. E collaborativa dovrà essere anche la valutazione continua del processo attivato, al fine di individuare la validità e l’efficacia delle procedure messe in atto.

È necessaria, pertanto, la promozione di un’interconnessione tra i vari ecosistemi in cui la persona vive, per sviluppare in sostanza un’azione ad ampio raggio, che sia improntata sulla consapevolezza che l’intervento psicopedagogico sui problemi di comportamento rappresenta una strada da percorrere insieme, un’occasione per acquisire consapevolezza del proprio ruolo educativo.

L’intervento psicopedagogico rappresenta «un banco di prova per la nostra convinzione con la quale difendiamo e affermiamo i diritti della persona disabile a uscire dalla gabbia dei suoi comportamenti problema il prima possibile»(3). Troppo spesso questi diritti non sono abbastanza tutelati. A tale scopo si suggerisce di rivolgere l’analisi alla metacognizione, all’importanza di sviluppare, anche nel disabile, la consapevolezza del proprio funzionamento cognitivo, l’individuazione di una giusta correlazione mezzo-fine dei propri comportamenti. Questo perché l’obiettivo non deve essere la riduzione del comportamento problema, ma la sostituzione di quest’ultimo con comportamenti positivi, inizialmente indotti, via via più consapevoli. Solo così sarà possibile giungere a un effettivo cambiamento del vivere globale del soggetto e fare di tale cambiamento la base su cui poggiare la costruzione di un progetto di vita futuro improntato ad una sempre maggiore autonomia.

BIBLIOGRAFIA:
1. DARIO IANES, SOFIA CRAMEROTTI, Comportamenti problema e alleanze psicoeducative. Strategie di intervento per la disabilità mentale e l’autismo, ERICKSON, TRENTO, 2005.
2. DARIO IANES, Autolesionismo stereotipie aggressività. Intervento educativo nell’autismo e ritardo mentale grave , ERICKSON, TRENTO, 1992.
3. LEONARDO TRISCIUZZI, GIANPAOLO CAPPELLARI, Fondamenti di psicopedagogia,LA NUOVA ITALIA, PERUGIA, 1996.

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(1) Dario Ianes, Sofia Cramerotti, Comportamenti problema e alleanze psicoeducative. Strategie di intervento per la disabilità mentale e l’autismo, Erickson, Trento, 2005, p. 14.
(2) Dario Ianes, Autolesionismo stereotipie aggressività. Intervento educativo nell’autismo e ritardo mentale grave , Erickson, Trento, 1992, p.9.
(3) Dario Ianes, Sofia Cramerotti, op. cit., 2005, p.164.

23 marzo 2010

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