ALUNNI DIVERSAMENTE ABILI

SINDROME DI DOWN: LA CRESCITA ARMONICA
di C.Cutolo Fortunata

Riflessioni di una prospettiva di crescita autonoma e armonica

Negli ultimi anni si è sentito un gran parlare di Sindrome di Down e della sua normalità che rispetta e rispecchia la vita reale e il suo bisogno di inclusione per tutti. Ecco allora, una suora italiana down, una reporter televisiva brasiliana down, la vendita in Spagna della bambola Baby Down con il duplice scopo di raccogliere fondi per la Fundacion Down Espana e di favorire l'integrazione della società delle persone con sindrome di Down. E ancora, i mass-media si aprono alla presenza della Sindrome di Down: “Una famiglia come tante”, “Amico mio”, “Commesse”, “La squadra”, “Distretto di polizia”, “Buona domenica”, “C’è posta per te”.

Grazie alle tante organizzazioni sociali (basti pensare all’AIPD, CE.PI.M, ACD…), ai centri ricreativi, che aiutano le persone Down a sviluppare e migliorare il proprio percorso di autonomia e indipendenza, oggi è possibile vedere in televisione, ad esempio, al “Maurizio Costanzo Show” un ragazzo Down che racconta la sua vita, o che innamoratosi per la prima volta, presenta la sua fidanzata…e tante altre storie, dimostrano come questi ragazzi sappiano costruirsi dei percorsi di vita autonomi.

La speranza, la fiducia e la consapevolezza delle potenzialità dei propri figli ha permesso ai genitori di dimostrare che la persona Down è educabile, che può raggiungere dei buoni livelli di autonomia, che può imparare a lavorare, che ha affetti, sentimenti come qualsiasi altra persona, in pratica sognare e segnare per quel figlio un percorso di vita.

L’identificazione di un progetto di vita per la persona diversamente abile diventa uno strumento essenziale per la famiglia e per l’istruzione scolastica, in quanto è la necessaria garanzia per lo sviluppo di una identità personale, fornendo a ciascuno dei soggetti coinvolti la percezione di ciò che si va ad attuare.

Scrive ad esempio Ianes: «in questi ultimi anni si è acquisita una sempre maggiore consapevolezza della necessità di elaborare un percorso riconoscibile e definito di sviluppo dell’alunno che non si racchiuda soltanto all’interno della scuola, ma che diventi sempre più un progetto di vita che abbracci vari dimensioni spazio/temporali ben più ampi di quelli strettamente scolastici.(...) Un buon profilo Dinamico Funzionale e un buon Piano Educativo Individualizzato dovrebbero già contenere molti obiettivi e attività che provengono dalla sfera dell’autonomia sociale, ma nel progetto di vita diventa assolutamente centrale immaginare a lungo termine l’alunno, con i diversi ruoli adulti che dovrà interpretare».(1)

Pertanto, come osservaBargagna S., il ruolo della famiglia è importante perché è proprio in questo contesto che il bambino acquisisce le prime abilità e affronta i primi rapporti con le altre persone. “I genitori facilitano lo sviluppo del bambino provvedendo al sostegno sociale e favorendo l’interesse nell’ambiente sociale; riconvertendo le richieste di compiti quotidiani in modo da renderli comprensibili al bambino; aiutando il bambino a muoversi dalla condizione di dipendenza agli altri al funzionamento autonomo nell’esecuzione di compiti quotidiani”.(2)

Dunque si può facilmente comprendere come l’intervento educativo deve considerare questi fattori e tutte le interazioni possibili, coinvolgendo i familiari, al fine di promuovere positivamente lo sviluppo delle potenzialità della persona diversamente abile.

È chiaro anche, però che l’intervento educativo è soltanto il momento successivo, in quanto in primo luogo e alla base dello sviluppo delle potenzialità, è importante considerare l’intervento precoce e i protocolli clinici.

Il concetto di intervento precoce non si limita solo al concetto di diagnosi precoce o alla rincorsa di tappe o prestazioni con interventi intensivi per «accrescere» i vari livelli di sviluppo. Infatti, nei primi mesi si dovrebbe insistere di più su forme di counseling precoce allo scopo di aiutare le relazioni familiari, incoraggiando l’attaccamento al bambino e schemi di interazione positiva.

I protocolli clinici hanno una certa importanza in quanto implicano un lavoro di condivisione fra i vari servizi presenti sul territorio: ospedali, associazioni dei genitorie poli tecnici, centri scientifici o sanità privata.

Dunque l’intervento educativo, partendo da questi presupposti deve determinare un lavoro di equipe, rapportandosi costantemente alle famiglie e viceversa, ed è compito di entrambe le parti segnalare reciprocamente progressi e regressi dei ragazzi, perché la comprensione dei meccanismi di apprendimento sia discusso, condiviso e programmato da tutti gli attori in gioco.

Concludo con la storia di Marco, un ragazzo con Sindrome Down, 20 anni di Alghero, che a RAI UNO al programma Festa Italiana ha raccontato la sua vita, i suoi progetti e i suoi sogni futuri. Si tratta, come ha spiegato la madre, di un ragazzo ben integrato nella società e con i suoi coetanei fin dall’età di 2 anni; Marco ha studiato, suona insieme al papà e il suo sogno è quello di lavorare in tv come tecnico audio.

La testimonianza di Marco è un vero esempio di come le persone Down non sono diverse da noi, perché grazie alla collaborazione armonica di molteplici contributi (famiglia, insegnanti, specialisti, ecc…) si inseriscono a pieno titolo nell’ottica di una prospettiva inclusiva.

BIBLIOGRAFIA 

1. DARIO IANES, Didattica speciale per l’integrazione, ERICKSON, TRENTO, 2001.
2. STEFANIA BARGAGNA, La Sindrome di Down. Proposte per un percorso educativo e

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(1) Dario Ianes, Didattica speciale per l’integrazione, Erickson, Trento, 2001, p. 35.
(2) Stefania Bargagna, La Sindrome di Down. Proposte per un percorso educativo e riabilitativo, Del Cerro, Pisa, 2000, p.52.

22 febbraio 2010

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