ALUNNI DIVERSAMENTE ABILI

INSEGNARE NON BASTA
di Mariangela Bologna, insegnante presso la S.M.S. L. Da Vinci di Palermo  

Il silenzio è d'oro, e la parola...

Sono un’insegnante di Lettere e lavoro nella scuola media.
Quest’anno ho “ in cura “ una Prima, gli alunni sono 26 ed uno di loro, che è di etnia tamil, presenta un ritardo cognitivo ed è affetto da epilessia.
Il nostro percorso scolastico è stato accidentato, e faticoso… ma questa non è un’eccezione.
P. all’inizio dell’anno ha sottoposto tutti noi a varie prove: prove di pazienza, prove di accettazione, prove di attenzione, prove di ascolto, prove di accudimento…
Nei primi mesi di scuola si mostrava aggressivo, verbalmente e fisicamente, con i compagni, rancoroso e spiccatamente vendicativo. Parlava poco e, quando parlava, si esprimeva quasi come i neri dei film americani degli anni ’50.
Le numerose crisi epilettiche, verificatesi durante le ore scolastiche, ci hanno costretto ad entrare in relazione con la sua malattia ed hanno condizionato i ritmi delle attività scolastiche, com’è accaduto per i ragazzi che manifestavano crisi d’ansia, attacchi di panico, crisi d’asma o richieste d’attenzione di vario tipo.
Ma com’è che quando frequentavo la scuola io non succedeva niente di tutto ciò?
Tra le varie emergenze che si sono verificate un venerdì di metà maggio, c’è stata anche l’emergenza P.

Mi spiego.
Ero con i miei alunni già dalla prima ora, alle prese con i “ tempi dell’ Indicativo “ : i maledetti tempi composti. Tutti si davano da fare nel confezionamento di post-it da utilizzare nella composizione delle voci verbali richieste e P. partecipava all’attività sfoderando le sue conoscenze: “ ripete “ ma non ha autonomia nell’applicazione di quanto conosce.
All’improvviso scoppia una prima crisi: K., asmatica, respira con difficoltà.
Nel frattempo suona la campanella della ricreazione, scoppia la seconda crisi: P. non ha nulla da mangiare e pretende di andare al bar per comprare qualcosa.
Non si riesce a ridurlo alla ragione: le regole, ma cosa sono? E perché non c’è nessuno che esca per lui?
Finisce la ricreazione e P. è ancora furibondo e digiuno: lo porto fuori e mi comunica di essere arrabbiato con il padre, colpevole di non avergli comprato la merenda prima di entrare a scuola.
Finisce anche il mio tempo con la classe. K.è in uno spazio esterno ancora alle prese con la sua crisi e P. è seduto con me ad una scrivania, in fondo al corridoio.
L’espressione che ha sul viso è quella di una vittima incompresa: gli propongo di scrivere una lettera al padre per comunicargli quello che è successo ed il suo stato d’animo.

Proposta accettata.
Avverto la collega di musica, che intanto è entrata ed ha iniziato a lavorare con la classe.
Mi sembra un’occasione didattica straordinaria: il mio alunno manifesta un evidente bisogno, e non riuscirebbe a rimanere con compagni ed insegnanti se non scioglie il suo nodo. Io, svolgendo il mio lavoro, lo aiuterei a superare il disagio e ad utilizzare la
lingua italiana.
Affare fatto!
P. ricostruisce oralmente i fatti in ordine cronologico. Individua, attraverso la narrazione, semplici rapporti di causa-effetto, esprime il proprio stato d’animo e prova a trovare una soluzione al problema.Dopo la narrazione orale, guidata dalle mie domande, procediamo con la stesura della lettera:

“ Caro papà,….”
Il ragazzo inizia a scrivere, mi chiede conferma sugli accenti e sulle “ h “ da inserire e, terminata la stesura, sembra temporaneamente essersi riappacificato con il padre e con il mondo.
Disegna anche i suoi occhi, prima e dopo: in queste settimane abbiamo lavorato sulla descrizione, usando sia il linguaggio verbale che il linguaggio grafico.
Cerchiamo di capire insieme il significato della parola “regola “ e troviamo insieme quali siano le “ regole “ praticate a casa, per poi passare a quelle scolastiche.
Nel frattempo, Riccardo- un altro mio alunno- ci passa davanti e, orecchiando l’argomento, esclama: “ … e un'altra regola è che non si esce da scuola prima della fine delle lezioni, P.! “.
Sono le 12.30: finalmente esco da scuola anch’io!
Il lunedì successivo ci ritroviamo di nuovo tutti insieme, chiedo a P. come fosse andata a casa dopo la lettura della lettera. Mi risponde che il papà è stato contento: gliel’avrà letta davvero? Nutro qualche dubbio, la sua faccia aveva un’espressione
perplessa.
Gli chiedo se ha voglia di leggere ciò che ha scritto ai compagni, mi risponde di sì.
“ Ehi, amici, ascoltatemi…”: P. ha imparato, evidentemente, che anche l’ascolto deve rispettare certe regole.

I compagni ascoltano, ed alla fine applaudono 

Ecco la lettera di P.

8 giugno 2009

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