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aggiornamento e sperimentazione |
C’è qualcuno che va dicendo un’innocente bugia: la bugia che si vogliono aggiornare i docenti.
La prima cosa che occorre chiarire, precisare, affermare con forza è che si tratta di una bugia innocente.
Chi la fa, la fa in buona fede!
È veramente convinto che si vogliano e si possano aggiornare i docenti. E ne è convinto da tempo, da molto tempo.
Negli anni ’60 qualcuno aveva osato avanzare dei dubbi delle esitazioni in ordine alla liceità di una tale pretesa, che configurava i docenti non certo in una luce favorevole, come l’ultimo anello della distribuzione del sapere, come dettaglianti del sapere[i].
E c’era stata un’indagine, una sperimentazione, che pure si era conclusa con le sue buone risultanze, le quali si riassumevano nella proposta della Direzione didattica come centro permanente di aggiornamento[ii].
Non più un potere centrale, una burocrazia “ministeriale”, che provvede ad aggiornare i docenti, ad libitum, a propria discrezione, ma una Direzione didattica come centro permanente di aggiornamento, perché dalla sperimentazione fatta era risultato nientemeno che dovevano essere i docenti a stabilire su che cosa, come, quando e dove aggiornarsi. Peraltro la sede più opportuna dell’aggiornamento sembrava proprio la loro scuola, la loro sede di servizio.
L’idea suscitò il generale consenso ed il Legislatore del 1973 e del 1974[iii] sembrava che l’avesse fatta propria nei Decreti delegati del 1974. l’aggiornamento è un diritto-dovere dei docenti e lo delibera il collegio dei docenti.
Evidentemente, il collegio dei docenti lo delibera sulla base delle proprie esigenze, delle esigenze dei singoli docenti, democraticamente, oggettivamente, correttamente accertate.
Era una vittoria della democrazia, del buon senso, della logica!
Ma era una vittoria che non aveva preso atto che la logica non sempre sta di casa ovunque, tantomeno nella scuola .
E, difatti, passarono alcuni lunghi anni e di aggiornamento gestito dal collegio dei docenti non si parlò.
Si era arrivati al 1977 ed oltre non si poteva più andare.
Ma la gente intanto si era dimenticata della sperimentazione della Direzione didattica come centro permanente di aggiornamento e venne emanata la C.M. 54 del 24 febbraio 1977, la quale non negava nulla di quanto affermato nei Decreti delegati ma solo si limitava a precisare che i corsi di aggiornamento li autorizzava e li finanziava solo l’Amministrazione scolastica.
Sì, i collegi dei docenti li deliberavano ad ottobre, l’Amministrazione scolastica li autorizzava, quando lo riteneva opportuno, a fine anno scolastico e poi il nuovo collegio dei docenti si affrettava a realizzarli a fine anno solare, quando occorreva chiudere i conti del bilancio e non c’era tempo da perdere per cercare i migliori relatori, che, se c’erano, risultavano evidentemente richiesti di qua e di là e, dove non potevano andare, di necessità dovevano andare coloro che migliori non erano.
Il sistema andò avanti così, con qualche mugugno dei docenti: ma essi non erano pagati, come i portuali genovesi, anche perché conservassero il diritto di mugugnare?
Andò avanti, si fa per dire!
Nessuno ha mai accertato se il sistema ha funzionato.
E non l’ha accertato perché non ce ne era bisogno.
Bastava un poco di logica, di quella elementare, per rendersi conto che non poteva funzionare. Non poteva funzionare, non perché il collegio dei docenti che di novembre attuava i corsi di aggiornamento era cambiato rispetto a quello che lo aveva deliberato ad ottobre dell’anno precedente, e le esigenze erano pure cambiate, ma non poteva funzionare per la semplicissima ragione che a ciascuna scuola si riusciva ad assegnare non più di un corso, quando questa fortuna capitava. E quel corso riguardava la Matematica o la Storia, la Lingua italiana o le Scienze, l’Individualizzazione dell’insegnamento o la Motivazione, il Lavoro di gruppo o la Interdisciplinarità ecc.
Tuttavia, anche se fosse stato possibile la moltiplicazione dei pani e qualche scuola, anche racimolando qualche risorsa finanziaria in più, peraltro di incerta liceità nella destinazione, restava il problema dell’efficienza. Indubbiamente con dieci corsi di aggiornamento si potevano soddisfare le esigenze dei docenti della gran parte delle discipline, se non proprio di tutte le tematiche interessanti, ma restava il fatto di dovere giustificare, ad esempio nella scuola media, l’attuazione di un corso di aggiornamento per i tre docenti di Musica, che veniva a costare quanto quello dei venti docenti di Italiano, e del corso dei tre docenti di Educazione all’immagine che veniva a costare quanto quello dei quindici docenti di Matematica ecc.
Anche se possibili, ma improbabili, i dieci corsi non si potevano effettuare per l’inderogabile rispetto dovuto al criterio della efficienza, che si aggiunge a quello della efficacia!
Andò così che i docenti di Lingua italiana, di Matematica, di Scienze, di Storia, di Educazione musicale, di Educazione artistica ecc. non potettero aggiornarsi a scuola.
Il che non significa che non si aggiornarono, qualche volta, ma arrabattandosi ciascuno per suo conto, a sue spese, a sua discrezione.
Tale era e tale è la situazione!
Eppure qualche soluzione ci poteva essere, e qualcuno timidamente osava affacciarla, ma di tanto in tanto, per non urtare le suscettibilità, non solo amministrative, ma di tutti, anche perché veniva a rompere l’ordine costituito ed il principio sommo di ogni buon governo: queta non movere et mota quetare!
Una delle soluzioni avanzate era molto simile alla scoperta dell’uovo di Colombo. Se l’aggiornamento è un processo continuo e se l’amministrazione scolastica non può tenervi dietro; se ogni istituzione scolastica non può provvedere all’aggiornamento in tutti i settori; se ogni docente ha le sue esigenze di aggiornamento, allora non resta che creare una rete per l’aggiornamento, una rete di 8/10 scuole, ciascuna delle quali si costituisce come laboratorio di aggiornamento per una determinata tematica.
In qualche provincia è nata FORMANET[iv].
È nata, ma ha vissuto poco!
Chi l’aveva promossa non aveva considerato la forza della tradizione!
Scriveva a fine ‘800 il buon Gabelli che cambiare i metodi di insegnamento è come cambiare le teste, e le teste non si possono cambiare come le radio a galena con le radio digitali.
Eppure, non resi esperti delle cose umane, ancora oggi noi siamo presi dalla tentazione di proporre addirittura il digitale.
Ci auguriamo che attraverso il digitale, non solo quello della Rivista digitale della didattica, tutti i docenti possano finalmente realizzare il proprio aggiornamento, strumento essenziale, ineludibile, irrinunciabile di ogni processo di aggiornamento nell’era dell’innovazione continua, in una società in rapida trasformazione.
Vedremo come, anche attraverso la Rivista digitale della didattica, è possibile offrire strumenti ed occasioni perché ogni docente possa rispondere alle sue personali, singolari, originali esigenze di aggiornamento.
Il che non significa che venga meno l’idea di FORMANET[v], di una rete per l’aggiornamento che veda una decina di scuole collegate in rete per curare ciascuna una singola tematica dell’aggiornamento, attraverso un’apposita organizzazione. Ma la rete reale dell’aggiornamento può arricchirsi della rete digitale.
Vedremo come le due cose possano felicemente integrarsi.
[i] PETRACCHI G., Il maestro, La Scuola, Brescia, 1970.
[ii] GROSSI D., l’aggiornamento degli insegnanti, Edizioni Abete, Roma, 1974.
[iii] Legge 463 del 1973 e Decreti delegati del 31 maggio 1974.
[iv] In provincia di Salerno.
[v] In merito cfr.: TENUTA U., Reti per l’aggiornamento (Formanet), in Rivista dell’Istruzione, Maggioli, Rimini, 2002, III.